Centro Studi Judicaria

5. Gianni Pellegrini (2010)


Note

IL RACCONTO POETICO DELL’OMBRA              

Mario Cossali

 

Ci troviamo di fronte ad una pittura che qualcuno potrebbe a ragione definire concettuale, ma quello che voglio qui dimostrare a sostegno di una lettura “amica” o per lo meno priva di pregiudizi è la consistenza dei sentimenti e delle emozioni che la attraversano. Ben sapendo in ogni caso che la pittura, come ogni forma d’arte, non deve non solo non dimostrare niente a nessuno, ma deve innanzitutto presentarsi al nostro giudizio, fatto ovviamente di mente, di cuore, di nervi e di occhi, come una verità, con la quale siamo chiamati, nella sua ostensione, a confrontarci.

“Lungo è il tempo del progetto, del pensiero che sta dietro e dentro ogni opera. Il segno gli permette di calibrare la luce del buio in una concettualità di matrice ossimorica in cui la pittura è il medium. La pioggia di segni presente in ogni opera sono una caduta, forse nel vuoto. Quasi a perdere le forze, come se si perdesse l’equilibrio. In questo è lo spazio per l’imprevisto, con un particolare stato interiore in grado di modificare. I colori, i toni che Pellegrini utilizza sono quelli del buio, un modo attraverso cui si allontanano le cose, gli oggetti, le presenze. Si scorgono le tracce del prima e del dopo. La perdita di controllo dona all’opera una vitalità prima, una pulsione tutte particolari. Nulla deve essere retto, tenuto in piedi. La dimensione in cui i segni sprofondano è ignota. Così che la parte inferiore del dipinto è sempre un monocromo di intensa profondità, al limite del mistero. Il dubbio. Viene a crearsi una lontananza ideale in cui si riesce a osservare meglio le cose, nella loro verità fenomenica. La troppa vicinanza mette in luce il dettaglio, ma rischia di cancellare la totalità, così quando ci si pone di fronte, a esempio, ai dipinti fiamminghi del XVII secolo di Franz Hals, dove il soggetto totale del dipinto si coglie solo a distanza.”

Ho usato questa lunga citazione da un testo critico di Angela Madesani di  cinque/sei anni fa perché mi sembra rappresentare al meglio uno sguardo lucido e profondo sull’ultima stagione della pittura di Gianni Pellegrini, e perché ci aiuta ad entrare subito nel laboratorio mentale e immaginativo dell’artista di Riva del Garda.

Gianni Pellegrini viene da lontano, dall’esperienza significativa del gruppo trentino “Astrazione oggettiva” , degli anni settanta. Da lì è partito per un lungo viaggio, che dura ormai da più di trent’anni e che è passato da diverse stazioni, in regioni diverse, senza mai comunque abbandonare il treno di un approccio analitico al colore e al segno.

Ecco allora che l’inizio del viaggio è segnato da un estremo rigore quasi morfologico, che si esplica nella conoscenza progressiva del colore e dove il segno ha una funzione prevalentemente rivelatrice della consistenza e delle variazioni del colore stesso. Ma c’è già un ritmo, una musica, che non appartiene al regno codificato dell’astrazione. Da questo ritmo nasce e si sviluppa uno sguardo più profondo, si moltiplicano gli spazi, irrompe la gestualità, non mancano nuovi materiali, alla tela si alterna la carta.

Ed è in fondo proprio questo ritmo che fa approdare Pellegrini alla stazione del paesaggio, sia ben chiaro particolarissimo. “Insieme di cifrari naturalistici con rimandi inequivocabili ad una geografia perduta di luoghi e spazi dell’immaginario, ora slavate pianure e montagne della sua interiorità”, scrive in proposito nel 1985 Gabriella Belli.

Ma il viaggio non trova certo sosta, prosegue e in certo senso ritorna ad attraversare il territorio della pittura analitica, alla ricerca di una nuova purificazione, peraltro arricchito dalle scoperte fatte nel frattempo.

Dalle “graffiture” all’”adombrato”, il percorso di Pellegrini procede  coerente, deciso a scoprire ogni traccia di emozione, di nostalgia, di memoria in un colore attraversato da  graffi appunto o da ombre. Una sorta di archeologia delle impressioni visive e di corrispondenti, analogici sentimenti. Un diario senza fine che deve essere accostato col pudore della mente e dell’occhio, a più riprese, evitando qualsiasi ansia di possesso e di consumo estetico.

Oggi, sì oggi, mentre sto scrivendo queste righe, l’artista di Riva sembra essere arrivato ad un’altra stazione, contemplativa e assorta, colma di comprensione e di attesa, quasi mistica nei confronti delle immagini che va formando e che si vanno formando sulle tele come sulle sue carte, perché il procedimento delle sue creazioni si affida in buona parte al caso. Può essere il caso dei segni gestuali a carbone che si imprimono per primi sulla tela, come può essere il caso delle forme che da essi, una volta coperti dal colore disteso a raso, escono fino a raggiungere  il pieno di una visione. Può del resto essere l’avventura delle carte segnate dalla sua mano e poi coperte da un colore, vaporizzato e scosso in una scatola, che discende come nuvola onnicoprente su di esse.

Oggi la vena poetica dell’ombra che parla, che racconta, ha preso il sopravvento. Ma l’ombra vive nella luce, anche se nel caso di Pellegrini questa luce è per così dire nascosta, deve essere amorosamente cercata e alla fine gioiosamente appare.

Troviamo conferma nelle parole di Claudio Cerritelli che segue la pittura di Gianni Pellegrini fin dai suoi albori.

“La pittura non aspira a inventare un’ immagine nuova ma a fare dell’immagine il luogo di risonanze interiori, di spazi ritrovati, di memorie ripercorse come flussi di forme sollecitate dal rigore dell’evento pittorico. La forza dell’immagine pittorica sta nel rivelare forme che non si manifestano immediatamente, che non stordiscono lo sguardo ma lo mettono in condizione di farsi lentamente visibile attraverso ciò che si rivela nella luce e nell’ombra, intese come polarità non contrapposte ma compresenti, in quanto l’una è l’estensione fisica e immaginativa dell’altra.”

Leviamo di mezzo ogni equivoco: non si tratta, neanche in quest’ultima, per ora, tappa, di pittura astratta, ma di pittura che ritrova la figura nel segno che traspare, nel segno che viene alla luce grazie all’energia del colore che lo contiene. E’ una pittura che richiede il colloquio, la pausa meditativa. Non seduce, non grida, paradossalmente non appare subito nella sua complessità e completezza, va ispezionata con gli occhi e con la mente, appartiene al tempo interiore, quel tempo che spesso appare perduto a vantaggio di un tempo scandito dalla velocità e dal rumore, ottuso e in buona sostanza estraneo al nostro desiderio profondo.

Possiamo anche chiedere un aiuto per orientarci nel labirinto dei segni di Pellegrini, magari chiedere aiuto a un poeta, che vede più in là, magari a una poetessa come Wislawa Szymborska:

 

“-e ora qualche passo

 da parete a parete,

 su per questi gradini

  o giù per quelli,

  e poi un po’ a sinistra,

  se non a destra,

  dal muro in fondo al muro

  fino alla settima soglia,

  da ovunque, verso ovunque

  fino al crocevia,

  dove convergono,

  per poi disperdersi

  le tue speranze, errori, dolori,

  sforzi, propositi e nuove speranze.”

 


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